Sessant’anni di Op. cit.

di Alessandro Castagnaro

Mi avvio ad un compito delicato e complesso, carico di responsabilità per la storia della rivista e per quanto essa in questi sessant’anni ha rappresentato nel mondo scientifico: una eccellenza editoriale, un’opera corale a firma di grandi nomi portatori di innovazioni radicali nella ricerca della storia dell’arte, dell’architettura, del design e della critica contemporanea.

Con Renato De Fusco si era discusso recentemente della possibilità di redigere a quattro mani l’editoriale di un numero così significativo per la storia della rivista (che, caso unico tra le pubblicazioni di settore, è stata in grado di costruire un corso fortunato e lunghissimo da quando, nel 1964, De Fusco la fondò dirigendola ininterrottamente con puntualità e rigore fino al giorno della sua scomparsa) e oggi, in sua assenza, la sfida tocca solo a me. Nell’affrontare questo compito mi avvarrò, in linea con lo spirito originario della rivista, della tecnica della citazione provando a rispettarne i basilari principi ispiratori.

«Op. cit.» prende vita, quasi per caso, quando a Napoli la rinascita culturale ed artistica della seconda metà degli anni ’50 si muove attorno ad alcune gallerie private: si trattava di un fenomeno circoscritto perché, a dirla con Paolo Ricci, la gran parte delle gallerie altro non erano che botteghe, casuali, nelle quali ognuno può esporre pagando dei soldi non solo alle gallerie ma ai critici, perché anche questo è un fatto tipico del costume napoletano 1.
In questo contesto Renato Bacarelli e i fratelli Arturo e Armando Caròla decisero di impegnarsi attivamente aprendo una piccola galleria, “Il Centro”, della quale il giovane architetto Renato De Fusco fu progettista nonché principale animatore culturale.
La scena cittadina del dibattito artistico si affollò presto della presenza e dei contributi di artisti e teorici emergenti con l’organizzazione di conferenze, mostre e confronti ai quali spesso, rispondendo alle recenti istanze di divulgazione, venne preferita la forma della tavola rotonda più promettente in termini di opportunità di interazione e scambio. In quelle occasioni la ricchezza dei contenuti si deve al coinvolgimento di critici come Lea Vergine, Carlo Giulio Argan, Gillo Dorfles e alla presenza a Napoli di artisti quali Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi, Emilio Vedova, Mario Sironi, Massimo Campigli, Ottone Rosai, Umberto Mastroianni, Henri Matisse, George Braque.

Come ricorda Angela Tecce, la conferenza di Argan su La morte dell’arte, tenuta nel 1962 in occasione dell’inaugurazione della mostra del pittore informale Toshimitsu Imai aveva suscitato non poco scalpore e discussioni2. Tra le tavole rotonde di quegli anni va ricordata quella tenuta nel 1965 a Villa Pignatelli sul tema Design e mass media cui parteciparono Giulio Carlo Argan, Rosario Assunto, Bruno Munari e Filiberto Menna: un incontro dal carattere pionieristico destinato a lasciare un segno nella storia della critica d’arte e della sociologia. Alla metà degli anni Sessanta questo indirizzo critico aveva creduto infatti di individuare una via d’uscita “scientista” alla “morte dell’arte” intesa in senso tradizionale: di qui l’attenzione posta alle correnti optical e cinetiche.

In questo clima nacque nel 1964 l’idea di affiancare l’attività della galleria alla pubblicazione di una rivista, affidata dai mecenati allo stesso De Fusco: Ebbi la felice intuizione che quella rivista non dovesse costituire uno strumento pubblicitario delle attività svolte in galleria, ma giovare maggiormente a quest’ultima in maniera indiretta, ossia svolgendo un suo proprio programma e addirittura accettando la sfida di un periodico d’arte visiva tutto affidato ai testi critici piuttosto che alle immagini. […]

Cosicché, «la selezione dell’arte contemporanea» (sottotitolo del periodico) mirava appunto a «ridurre» tante notizie sull’arte, l’architettura e il design, a poche sintetiche espressioni – […] –. In breve, le citazioni risultavano inalterate, mentre il commento impegnava ciascun redattore a una originale rielaborazione critica 3.

Ben presto la rivista fu resa autonoma dalla galleria già prima che questa chiudesse, identificando la ragion d’essere della pubblicazione nei temi di attualità, nel valore-interesse dei suoi articoli, nella rassegna conclusiva dedicata alle recensioni di libri e mostre.
Per definire in senso unitario le diverse posizioni ideologiche di quanti finora hanno collaborato a questa iniziativa e di quelli che invitiamo a partecipare, possiamo affermare – senza ignorarne l’indeterminazione – che la nostra visuale, sicuramente antiaccademica, tende ad essere il più possibile inclusiva; non nel senso di una totale e neutrale accettazione, ma in quello di ritenere tutto considerabile e discutibile 4.

I presupposti, gli intenti e l’assoluta originalità del programma (tutti espressi nell’editoriale del numero inaugurale del 1964) ben presto valsero alla rivista il prestigioso Premio IN/ARCH del 1966 5. Negli anni a seguire, grazie ai filoni di ricerca aperti, al credito degli autori ospitati, alla maniacale puntualità quadrimestrale della pubblicazione e al valore eccezionale del suo Comitato Scientifico, «Op. cit.» ha guadagnato in pieno la sua “accademicità” con l’inserimento negli elenchi delle riviste di Classe A dell’ANVUR.

Nell’aprire il numero 151 del 2014 che celebrava i suoi 50 anni di attività il Direttore commentava i programmi tracciati nel numero 1 del 1964 ed esordiva: Rispetto a queste caratteristiche costanti di «forma», i contenuti tematici e critici sono stati tra i più vari e spesso inediti: siamo stati tra i primi in Italia ad occuparci di semiologia architettonica e di design; ad associare queste discipline al fenomeno dei mass media; a proporre una politica ispirata alla «riduzione» culturale; ad avvicinare storicismo a strutturalismo; a raccogliere il pensiero della «critica discorde»; ad indicare i principi-base, i Grundbegriffe, delle tre arti sopra citate; a presentare i vari «ismi» che venivano intanto producendosi; a rivedere quelli che già alimentavano il dibattito critico, comunque sempre distinguendo le teorie e poetiche che avevano un senso da quelle legate alle effimere mode.

Ma, al di là delle poche costanti di forma e alle molte variabili di contenuti, continua a meravigliare noi stessi la costanza della principale caratteristica di «Op. cit.»: una rivista d’arte visiva composta solo di testi scritti e quasi senza alcuna immagine – «riducendo» così ogni argomento da immagine a concetto; come non pensare, si parva licet, alla «storia dell’arte senza nomi» di cui parlava Wölfflin? E come non riconoscere, ad esempio, che l’«ismo» passeggero dell’arte concettuale si è trasformato nelle nostre pagine in una costante critica concettuale? 6

In questa sintesi veniva chiarito che a quel programma, delineato all’atto della sua costituzione nel 1964, si era tenuto fede per mezzo secolo di storia e ne dava conferma la selezione critica raccolta in quel numero dove venivano riportati i migliori contributi pubblicati nel corso della sua lunga storia. Le firme di quei saggi sono, tra le altre, quelle di Giulio Carlo Argan, Rosario Assunto, Roberta Amirante, Renato Barilli, Leonardo Benevolo, Pasquale Belfiore, Renato Bonelli, Oriol Bohigas, Achille Bonito Oliva, Giancarlo Carnevale, Giorgio Ciucci, Rosanna Cioffi, Gabriella D’Amato, Francesco Dal Co, Paolo Deganello, Domenico De Masi, Cesare de Seta, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Francesco Paolo Fiore, Benedetto Gravagnuolo, Fulvio Irace, Giovanni K. Koenig, Cettina Lenza, Fabio Mangone, Roberto Masiero, Alessandro Mendini, Anty Pansera, Vanni Pasca, Massimo Pica Ciamarra, Marinetta Picone Petrusa, Giorgio Pigafetta, Agata Piromallo Gambardella, Luigi Prestinenza Puglisi, Franco Purini, Joseph Rykvert, Livio Sacchi, Maria Luisa Scalvini, Manfredo Tafuri, Angelo Trimarco, Francesco Tentori, Lara Vinca Masini, Bruno Zevi.

Questi sono solo una parte degli autori più rappresentativi che si sono cimentati nello sviluppo di ricerche avanguardistiche in campo artistico, autori di opere antologico-critiche che hanno aperto filoni di lettura e interpretazione sviluppati successivamente. Nello scorrere nomi così noti la rivista potrebbe 8 apparire come un organo di élite, ristretta a una cerchia di personaggi illustri, in contrasto con gli intenti iniziali; ma è invece fondamentale abbinare quei nomi a una specifica datazione cronologica. Molti di essi erano, al momento delle pubblicazioni, giovani ricercatori che solo nel tempo hanno conseguito importanti vette autoriali. È stata infatti una priorità del suo direttore, notoriamente anticonformista, dare forza alle idee più che gli apparati, impegnarsi, sia attraverso la rivista che come docente universitario (ruolo assolto a pieno titolo anche oltre il pensionamento con affollatissimi corsi a crediti liberi tenuti fino al periodo del COVID) nella formazione di giovani generazioni, instradandole e incoraggiandole allo studio, alla riflessione critica, all’interpretazione dei testi e delle opere più audace e antitradizionalista. In questo senso «Op. cit.» molto spesso ha rappresentato un trampolino di lancio per tanti di noi.

Alcuni filoni di ricerca, in particolare, sono stati sviluppati negli anni seguendo una rigorosa guida metodologica; indicativo è uno stralcio dall’editoriale del settembre 1979, in occasione dei quindici anni della pubblicazione, a firma di Renato De Fusco e Maria Luisa Scalvini: Un’altra linea che la nostra rivista ha sviluppato, prima come naturale ed implicito modo della sua redazione, poi come una vera e propria proposta di politica della cultura, è quella della «riduzione» culturale, cui è stato dedicato l’unico fascicolo monografico della rivista (n. 23, gennaio ’72). Tale proposta può essere qui sintetizzata in due dei suoi principali enunciati: a) «riduzione come semplificazione», in vista di una utenza culturale di massa e di un generalizzato accesso alle istituzioni e alla fruizione dei beni culturali; b) «riduzione delle discipline alle loro strutture», in vista di una rifondazione dei vari campi disciplinari, oggi disordinatamente proliferanti come, per così dire, aggregati di cellule impazzite. Notiamo per inciso che, in un momento culturale così povero di idee, una proposta come quella della «riduzione» (poi sviluppata nell’omonimo volume), articolata in una pluralità di aspetti in gran parte dominati da una angolazione pedagogica, non ha avuto l’attenzione che ragionevolmente era lecito attendersi. E ciò sia nell’ambito del dibattito sulla riforma della scuola e dell’università, sia nell’ambiente della critica; evidentemente nel primo attraggono più gli apparati 9 (contrabbandati per strutture) che non i contenuti disciplinari, e nel secondo il terrorismo culturale prevale sulla volontà di farsi capire 7.

In conclusione, questo numero 181 intende assumere un doppio carattere: da un lato vuole ricordare un importante anniversario, il compimento dei sessant’anni di storia di «Op. cit.», dall’altro vuole celebrare (anche se è un termine che lui non gradiva) Renato De Fusco, il suo fondatore e direttore, a pochi mesi dalla sua scomparsa. A tal fine abbiamo deciso di pubblicare integralmente alcuni significativi editoriali 8 attraverso i quali è possibile ripercorrere tappe fondamentali di questo cammino: scelte metodologiche, prospettive critiche e indirizzi culturali intrapresi dal Nostro attraverso i suoi scritti. Sono inoltre pubblicati alcuni saggi brevi – inediti – degli autori più vicini alla redazione, con l’intento di far emergere dal punto di vista storiografico voci molteplici nel contesto della pubblicistica italiana e straniera nei suoi principali ambiti tematici: architettura, arti visive e design. In via del tutto eccezionale su questo numero non saranno presenti le recensioni di libri e mostre che da sempre hanno costituito una interessante (e imprescindibile) sezione della rivista in quanto, in un’epoca caratterizzata (troppo?) dalla rapidità della “smartness”, esse finiscono col rappresentare, per estensione e grado di approfondimento, una sorta di ulteriori saggi critici sui libri e sulle mostre trattate.

Oggi più di prima, in un mondo in cui tutto gravita attorno all’immagine, una pubblicazione che tratta di architettura, arte e design in assenza totale di apparato iconografico assume secondo noi un valore simbolico e concettuale quasi rivoluzionario: una rivista che dibatte su tematiche trasversali, aperta a contributi eterogenei e che si muove sulla forza delle sole idee può ricoprire ancora un ruolo fondamentale nell’ampio panorama della pubblicistica internazionale per ritrovare e continuare a dibattere sulle fonti teoriche e sulle idee che le hanno generate. È questa la motivazione che – così come desiderato da Renato De Fusco e in coerenza con i principi che lo hanno mosso nel lontano 1964 e poi lungo l’intera storia di «Op. cit.» – ci spinge ad accettare la dura sfida della innovazione nella continuità senza tuttavia escludere 10 naturali processi di evoluzione e con l’auspicio di restare per gli anni a venire un costante orizzonte di riferimento culturale grazie ai contributi che studiosi, ricercatori e giovani lettori vorranno ancora continuare a fornire.


1 R. De Fusco, di via dei Mille avanguardia della nuova arte, «La Repubblica», 18 agosto 2016.

2 Cfr. A. Tecce, Addio ad Armando Carola, l’ingegnere-archeologo che riportò a galla le statue della Grotta Azzurra, «Il Denaro», 14 ottobre 2022.

3 R. De Fusco, Napoli, quella galleria … cit.

4 R. De Fusco, Editoriale, «Op. cit.», n. 1, settembre 1964, p. 6.

5 Cfr. Il premio IN/ARCH alla nostra rivista, «Op. cit.», n. 10, settem-bre 1967; sono riportate le motivazioni e la commissione giudicatrice.

6 R. De Fusco, Editoriale, «Op. cit.», n. 151, settembre 2014, p. 6.

7 Cfr. M. L. Scalvini, R. De Fusco, I quindici anni della nostra rivista Editoriale, «Op. cit.», n. 46, settembre 1979.

8 Gli editoriali pubblicati riguardano tappe significative della rivista: il n. 1 del settembre 1964 nel quale viene tracciato il programma culturale della rivista; il n. 10 del settembre 1967 intitolato: Il premio IN/ ARCH alla nostra rivista; il citato n. 46 del settembre 1979 unico a doppia firma di R. De Fusco e M. L. Scalvini dal titolo I quindici anni della nostra rivista; il n. 76 del settembre 1989 in occasione dei 25 anni della rivista; il n. 91 del set-tembre 1994 intitolato Op. cit. e trent’anni d’arte contemporanea; il n. 121 del settembre 2004 in occasione del quarant’anni della rivista; il n. 151 del settembre 2014 in occasione dei cinquant’anni.